Gianni Schicchi

28 NOVEMBRE 20 / Connessiallopera.it

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Dopo Tabarro, andato in scena prima della serrata dei teatri lo scorso settembre, Sassari ha completato il Tritticopucciniano in streaming, prima con la riuscita edizione di Suor Angelica e oggi con il nuovo allestimento di Gianni Schicchi, col quale si è conclusa la stagione dell´Ente Concerti “Marialisa de Carolis”. La ricetta, vorremmo sottolineare vincente, è sempre la stessa: streaming gratuito per tutte e tre le recite in programma, con la prima del 27 novembre, della quale riferiamo, vista sull´emittente Videolina (qui il link per la visione). Un cartellone che si è chiuso, come ha sottolineato il direttore artistico Stefano Garau prima dello spettacolo, “sul filo della fortuna”, che ha sostenuto l´intera stagione, soprattutto quando, nelle fasi finali, gli spettacoli senza presenza di pubblico in sala sono stati comunque visibili in streaming, con spettatori che hanno condiviso, da casa, gli sforzi dimostrati dal teatro sassarese perché la stagione non venisse sacrificata dalle restrizioni dettate dal Codiv-19.Un mix di ingredienti tutti sardi per questa produzione di Gianni Schicchi, con il regista e il direttore d´orchestra entrambi di Sassari, dove è stato interamente realizzato l´allestimento in collaborazione con l´Accademia di Belle Arti “Mario Sironi”. Sarda è anche la meditazione musicale che ha preceduto l´andata in scena dell´opera. Una composizione di Antonio Costa, Dulche terra mia, che attraverso una melodia popolare vagamente pastorale nell´evocare il suono delle zampogne, ben cantata dal tenore Claudio Deledda e dal soprano Rita Cugusi, racconta la sofferenza di persone sarde lontane dalla propria terra d´origine (“Che mi fai sempre compagnia, dolce terra mia…”) e la sognano con nostalgia sapendo che non potranno più tornarci.Per Gianni Schicchi, il nuovo allestimento si avvale dei meravigliosi costumi costruiti dai giovani della Accademia di Belle Arti per lo più in carta da pacchi con una particolare tecnica di piegatura utilizzata in architettura e ingegneria aerospaziale: una vera gioia per l´occhio, per l´estrosa e ingegnosa fantasia del disegno che li rende anche ingombranti, tanto più ricercati, anche nel trucco, tanto più accentuata e cinica è la grettezza dei componenti della famiglia di Buoso Donati, tanto da farne maschere di avidità gabbata dall´astuzia di Gianni Schicchi. Al taglio surreale e fiabesco dei costumi si affianca un impianto scenico essenziale e funzionale, all´opposto dei costumi più realistico, opera della stessa Accademia, alla quale è affidata anche la realizzazione delle videoproiezioni. Pochi gli elementi scenici: pareti laterali che si aprono come casette di bambola e un letto con testiera in stile liberty che pare una vecchia radio; quest´ultimo gira su se stesso quando arrivano il medico, il Maestro Spinelloccio, e il notaro Ser Amantio per la lettura del testamento, trasformandosi in una sorta di piccolo palcoscenico dal quale Schicchi gioca la sua burla mostrandosi al notaio nei panni di un Buoso non più sofferente a letto, ma addirittura completamente ristabilito, trasformato in una maschera che pare Pulcinella uscita da un teatro di burattini. Fin qui tutto bene, o quasi, se non fosse che scene e costumi rischiano di sacrificare un po´ il disegno registico di Antonio Ligas rendendolo, nella sostanza, sospeso, forse irrisolto nel cercare la strada della commedia dell´arte da un lato, o del cartoon dall´altro.Sul piano musicale, per quanto lo streaming non aiuti a dare un giudizio definitivo, si mette in luce il giovane direttore d´orchestra Leonardo Sini, che tiene ben in pugno l´Orchestra dell´Ente Concerti “Marialisa de Carolis”, ridotta a trentasei elementi per le prescrizioni anti-Covid, e la compagnia di canto con gioco d´ensemble fresco, dinamico e affiatato. Quando vuole la sua bacchetta sa anche dare respiro all´involo melodico dell´aria di Lauretta, non compiacendosene ma facendone apprezzare tutta la bellezza. Cura e attenzione per i dettagli strumentali regalano all´intera compagnia di canto gli ingredienti musicali giusti, in termini di tempi e ritmi teatrali, per dare il meglio di sé.Lucio Gallo è un Gianni Schicchi di rilievo artistico superiore, oltre tutto in ottima forma vocale. Entra in scena vestito in rosso con un cappello di paglia e subito ruba la scena da vero mattatore quale è. Tutti diventano, anche per volere della regia, dei surreali burattini in cartapesta in mano ai raggiri di Schicchi per girare a suo favore il testamento. Il suo “Ah!…Che zucconi”, tutto modulato sulla parola, sull´accento e su un fraseggio di gran classe, non fa che confermare la levatura di un artista che, in un certo repertorio, fa ancora valere musicalità, esperienza e profondità interpretativa da vero cantante-attore. Nella coppia di innamorati emerge la Lauretta di Sara Rossini, al cui garbato lirismo mostrato nell´aria “Oh! Mio babbino caro” manca ancora la malizia di una espressività perfettibile, meno a fuoco ma di schietto timbro tenorile il Rinuccio di Giuseppe Infantino. Bene tutti gli altri, a partire da Anna Maria Chiuri, che non sbaglia un colpo vocale ed è addirittura un lusso per la parte di Zita, fino a William Hernández (Spinelloccio/Amantio). Tutti sardi gli altri interpreti che completano ottimamente la compagnia: Marco Puggioni (Gherardo), Maria Ladu (Nella), Nicola Ebau (Beppe di Signa), Francesco Musinu (Simone), Matteo Loi (Marco), Lara Rotoli (La Ciesca), Antonello Lambroni (Pinellino), Gianluigi Dettori (Guccio), Ian Grop (Gherardino).Alla fine, ancora il rito della passerella finale di tutti gli interpreti, in silenzio, senza gli applausi di un pubblico che dagli schermi di computer avrà ancora potuto apprezzare il lavoro di un teatro che in questi mesi ha lavorato con impegno, sobrietà e serietà d´intenti artistici. Allo spettacolo diamo tre stelle, ma il Teatro di Sassari credo ne meriti cinque.

Alessandro Mormile

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Terza e ultima delle opere in un atto del "trittico" pucciniano, Gianni Schicchi è quella più famosa e rappresentata. Ambientata nella Firenze medievale, racconta l'astuzia di...

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